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Firenze – Chiesa di Santa Croce, Cappella Bardi di Vernio (1998)

1998
Firenze – Chiesa di Santa Croce, Cappella Bardi di Vernio (1998)
Restauro pittorico, lapideo e della vetrata

Opera:
Storie dei Santi Silvestro e Costantino, 1340 ca., affresco


Autore:
Maso di Banco (da Firenze, P., not. 1336-50)


Opera:
Deposizione del Cristo nel sepolcro, anno 1340 ca., affresco (22 mq ca.)


Autore:
Taddeo Gaddi (da Firenze, P., not.dal 1332, m. 1366)


Opera:
Vetrata raffigurante quattro santi e quattro imperatori: Silvestro e Costantino, Traiano e Gregorio, Girolamo e Teodosio, Graziano e Ambrogio


Autore:
attr. Maso di Banco (cartoni), tranne Graziano e Ambrogio, oggetto di un rifacimento moderno


Contributo:
Dante Alighieri Italian Culture Society of Hong Kong e Opera di Santa Croce


Direzione dei lavori:
Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici di Firenze.
Il restauro degli affreschi è stato affidato alla ditta Laura Lucioli di Tuoro S/T (PG).
Il restauro della vetrata è stato affidato alla ditta Guido Polloni & C. snc di Firenze.


Indagini preliminari/intervento diagnostico:
G.F. Guidi, M. Massimi e A. Melchiorri, ENEA, Dipartimento Innovazione Unità Salvaguardia Patrimonio Artistico


Documentazione fotografica:
Antonio Quattrone, Quattrone Photo Snc. di Firenze


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NOTE STORICHE E SUL RESTAURO

 

ARTICOLI

La cappella funeraria dei Bardi di Vernio è decorata di affreschi che illustrano le storie di San Silvestro e dell’imperatore Costantino, dalla leggenda aurea di Jacopo da Varagine e sono l’opera più importante tra quelle sicuramente attribuibili a Maso di Banco “omnium delicatissimum” come scrisse il suo più antico biografo, Filippo Villani.Dai documenti conosciuti, ancorché scarsi, sappiamo che furono dipinti nel secondo quarto del Trecento, forse iniziati quando Giotto era ancora vivo e da non molto aveva ultimato il ciclo di affreschi della vicina cappella Peruzzi, e terminati poco dopo il 1340.

Il ciclo compositivo si sviluppa in cinque vasti episodi salienti e il soggetto, sulla via delle considerazioni dell’Antal, potrebbe essere stato scelto come omaggio intenzionale dei Bardi, banchieri del papa, ai gusti della curia romana.

I fatti miracolosi prodotti da San Silvestro, vescovo di Roma, inducono Costantino alla Conversione. Le storie ci paiono singolarmente “prospettiche”, poiché presuppongono per lo spettatore non già la lettura trascorrente e aggiuntiva, ma invece la contemplazione da un unico punto di vista. E anche la scala dei personaggi ci appare ingigantita nei fermi volumi contornati di scuro contro i fondi di architetture nette o di vaste campiture di colore, quasi ad aumentare l’autorità dei protagonisti, la loro umanità piena di decoro, il loro calmo lento gestire.

Tanta essenzialità non pare insidiata dalla pur reale e squisita ricchezza dei particolari, che il pittore individua e cesella con estrema minuzia, come nei più grandi senesi e specie in Ambrogio Lorenzetti, col quale più stretta è l’affinità e indubitabile il rapporto.

L’opera di Maso è stata ammirata nei secoli e mai si era negata la gran bellezza di questo ciclo di affreschi. Per primo ne parla il Ghiberti nei suoi Commentari, brevemente ma con ammirazione, e dice di Maso che fu “eccellentissimo” pittore.

Vasari fece confusione, identificando a torto Maso di Banco con Maso di Stefano, detto “Giottino”, artista altrettanto grande ma di una generazione successiva, e gli assegna gli affreschi di San Silvestro: errore ripetuto poi da tutti gli storici fino a questo secolo.

Dopo le disavventure della storia che avevano portato a dimenticare e cancellare il nome di Maso dagli artisti più grandi del Trecento, ne è parsa giusta riabilitazione il famoso giudizio del Longhi: “e chi si riprenda alla sempre perspicua equazione Giotto-Masaccio, potrà convenire che Maso è il Piero della Francesca della situazione giottesca”.

Il restauro
La superficie del ciclo si presentava con gravi manifestazioni di degrado che riguardavano sia la pellicola di colore che gli intonaci. Il perdurare di infiltrazioni di acqua piovana avvenute in passato e provenienti dalle coperture erano la causa di un grave fenomeno aggressivo che riguardava in particolare la parete a sinistra della bifora sul fondo della cappella.

In questa zona sia la pellicola pittorica che l’intonaco si presentavano completamente decorsi dagli strati sottostanti.

La lettura a luce radente di tutte le pareti ha evidenziato la diffusa presenza di un altro grave fenomeno di degrado dovuto alla formazione di solfati sulla superficie pittorica con dei micro-sollevamenti del colore sottoforma di piccoli crateri che provocavano un lento e inesorabile deterioramento della pittura. La situazione conservativa era stata ulteriormente aggravata dagli interventi di restauro, di cui il più recente avvenuto alla fine degli anni trenta, durante i quali erano stati applicati alla superficie alcuni solventi aggressivi ed altri fissativi organici non idonei alla conservazione dell’opera.

E’ stata realizzata una vasta campagna fotografica documentativi sulla situazione sia a luce normale che a luce radente. Sono stati eseguiti i rilievi grafici sulla superficie pittorica rilevando i dati tecnici fondamentali individuati, tecniche di riporto del disegno, stesura di giornate, zone originariamente eseguite a foglie metalliche, caratteristiche dei colori. Questi dati sono risultati particolarmente utili per lo studio della tecnica pittorica. Le indagini suddette sono state eseguite con metodi non invasivi. E’ stata eseguita un’analisi a fluorescenza X su 69 punti su cui è stato possibile caratterizzare i pigmenti impiegati originariamente da Maso di Banco e Taddeo Gaddi e quelli dovuti a restauri. Sono state inoltre eseguite analisi ad infrarosso termico atte ad evidenziare e localizzare i distacchi dell’intonaco dalla muratura e i plessi di fissurazione dovuti a dissesti strutturali.

La metodologia di restauro è stata messa a punto dopo una serie di prove comparative, eseguite con i materiali ritenuti più idonei dipendentemente dalle singole sulle quali si è operato.
Sono stati utilizzati soltanto materiali inorganici.

Durante le varie fasi di restauro per il preconsolidamento della pellicola pittorica, per la pittura, per il trattamento antisolfatante e il consolidamento degli intonaci sono stati utilizzati solventi inorganici e consolidanti minerali.

La prima fase del cantiere si è proceduto al restauro delle volte a crociera che dalle analisi risultavano completamente rifatte nell’Ottocento con tecnica pittorica a secco.

I lavori sono proceduti con l’ultimazione delle fasi di preconsolidamento della pellicola pittorica eseguita su tutte le zone critiche del ciclo pittorico; sono state inoltre fissati i frammenti di foglia metallica originale ed è stata iniziata la pulitura delle scene del primo ordine.

Note storiche e critiche tratte dalla documentazione fornita da: Beatrice Paolozzi Strozzi, Cristina Acidini Luchinat e Enrica Neri Lusanna Archivio A.R.P.A.I.

Note sul restauro degli affreschi dalla documentazione fornita da: Laura Lucioli e Roberta Passalacqua in C. Acidini Luchinat e E. Neri Lusanna (a cura di), Maso di Banco. La cappella di San Silvestro, Electa, Milano 1998, pp.353-359.

Note sul restauro della vetrata dalla documentazione fornita da: Alessandro Becattini in C. Acidini Luchinat e E. Neri Lusanna (a cura di), Maso di Banco. La cappella di San Silvestro, Electa, Milano 1998, pp. 361-364.