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Firenze – Chiesa di Santo Spirito, Cappella Biliotti, abside (XVI cappella) (1992-1993)

1993
Firenze – Chiesa di Santo Spirito, Cappella Biliotti, abside (XVI cappella) (1992-1993)
Restauro pittorico

Opera:
Paliotto d’altare, La discesa dello Spirito Santo con il Cristo, La Vergine, Sant’Antonio da Padova, La Maddalena e i Committenti della famiglia Biliotti, fine sec. XV, tempera su tavola (98 x 240 cm)


Autore:
Anonimo


Provenienza dell’opera:
commissionata per la collocazione attuale


Direzione del lavori:
Monica Bietti della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici di Firenze, Pistoia e Prato e Fiorenza Scalia, Direttore dei Musei e del Patrimonio Artistico del Comune di Firenze.
Il restauro è stato eseguito da Giovanni Cabras & C. di Colognole (LI) con la collaborazione di Giovanni Castorini e Sabrina Tranchida.


Documentazione fotografica:
Renato Castorini


Visualizza luogo intervento


NOTE STORICHE E SUL RESTAURO
ARTICOLI

L’arredo delle numerose cappelle della chiesa brunelleschiana veniva indicato dall’architetto stesso, un altare con un paliotto dipinto a imitazione di un tessuto damascato o ricamato, una pala d’altare composta da un’unica tavola con cornice dorata e finemente intagliata.

Il paliotto raffigura la discesa dello Spirito Santo con il Cristo, La Vergine, Sant’Antonio da Padova, la Maddalena e i Committenti della famiglia Biliotti.

La superficie del dipinto presentava delle fenditure orizzontali in corrispondenza delle giunture delle diverse assi di pioppo costituenti il supporto. In passato si era tentato di arginare questo fenomeno di decoesione tramite l’apposizione di una serie di “farfalle” lignee. Gli spazi conseguenti alla sconnessione delle assi erano stati riempiti sul davanti con stucco a gesso e colla. Questo intervento aveva dato risultati limitati e talora controproducenti. La cromia originale risultava interamente coperta da uno spesso strato di vernice oleosa oramai scurita, contratta e raggrumata. Distruttiva ed ancora attiva era l’azione dei tarli che avevano divorato gran parte delle traverse originali che fungevano da “gambe” di appoggio. A questo tipo di mutilazione si era cercato di rimediare, in epoca relativamente recente, con l’aggiunta di grossolani tasselli di legno, mal sagomati, avvitati direttamente al paliotto.

L’intervento di restauro è consistito nella disinfestazione del supporto ligneo tramite Permetar in petrolio distillato e nella riparazione della carpenteria. Delle tre traverse originali, apposte con chiodi ribaditi sul davanti, se ne è potuta conservare solo una. La traversa centrale e l’altra di appoggio a terra sono state sostituite con nuove traverse della stessa misura e foggia. I chiodi sono stati segati e le traverse ricollocate con sistema scorrevole su asole di ottone. Le vecchie “farfalle” sono state rimosse e gli alloggiamenti risarciti con legno in verso di vena. Le tavole sono state riconnesse con una “incuneatura” continua in legno dolce.

La successiva pulitura delle superfici pittoriche è risultata particolarmente complessa e delicata data l’estensione delle lacune e delle numerose abrasioni e la particolare resistenza ai solventi delle materie estranee indurite. La pulitura del colore dalle materie sovrammesse si è rivelata un’operazione estremamente impegnativa, tanto le materie usate si mostravano indurite e difficilmente asportabili per la loro particolare resistenza ai solventi. Dopo numerose prove eseguite su piccole porzioni marginali è stata messa a punto una “pappina” cerosa arricchita da butilammina, ammonio idrato e cellosolve. Questa miscela ha permesso, dopo una iniziale sgrossatura all’acetone, di procedere a piccole porzioni col metodo dell’assottigliamento graduale dello sporco che, nella sua presenza disomogenea, andava aggredito con maggiore o minore insistenza al fine di riacquisire una sufficiente nuova omogeneità senza offendere le deboli patine originali già assottigliate e spesso compromesse in passate operazioni.

La pittura, liberata così dalle resistenti vernici oleose e dai vecchi e debordanti ritocchi alterati, veniva poi stuccata a gesso e colla di coniglio nelle piccole lacune, in altre di non grave entità e negli innumerevoli fori di tarlo.

Il grado e la natura dell’integrazione pittorica necessaria sono stati valutati secondo le differenti condizioni e necessità del caso. Il restauro pittorico, rivolto alla reintegrazione delle perdite di piccolissima entità e d’intonazione nelle lacune maggiori, veniva effettuato con colori a tempera e rifinito poi con velature di colori a vernice Il dipinto era coperto da uno spesso strato di vernice oleosa scura, il colore originale sottostante è risultato dopo la pulitura in condizioni di integrità superiori al previsto e l’opera ha rivelato qualità espressive del naturalismo arcaico che la distingue che appare di particolare fascino.

La verniciatura finale si avvaleva di due mani di vernice mastice inglese, disciolta in essenza di trementina, distese a pennello e di una spruzzatura nebulizzata della stessa vernice disciolta in toluolo.

Le varie fasi del lavoro sono documentate con foto a luce normale, a luce radente, ultravioletto in bianco e nero e a colore.

Note sul restauro dalla documentazione fornita da: Giovanni Cabras, Archivio A.R.P.A.I.