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Firenze – Chiesa di Santo Spirito, sacrestia (1992-1993)

1993
Firenze – Chiesa di Santo Spirito, sacrestia (1992-1993)
Restauro pittorico

Opera:
Lunetta: Sant’Agostino e il Fanciullo, 1609, affresco (164 x 274 cm)


Autore:
attr. Ulisse Giocchi o Ciocchi da Monte San Savino detto lo Zoppo


Provenienza dell’opera:
commissionata per la sede attuale


Direzione dei lavori:
Litta Maria Medri, Soprintendenza per i Beni Architettonici e Ambientali di Firenze, Pistoia e Prato e Fiorenza Scalia, Direttore dei Musei e del Patrimonio Artistico di Firenze.
Il restauro è stato affidato alla ditta Laura Lucioli di Firenze.


Documentazione fotografica:
Antonio Quattrone, Quattrone Photo Snc. di Firenze


Visualizza luogo intervento


NOTE STORICHE E SUL RESTAURO
ARTICOLI

Nessun decoro pittorico era previsto primitivamente per la sacrestia, solo alla fine del Cinquecento, nell’ambito della cultura controriformistica, venne realizzata la decorazione in affresco della lunetta. l’autore dell’affresco è Ulisse Ciocchi e la data è visibile perché siglata in una delle conchiglie rappresentate nel campo inferiore del dipinto. Contro un ampio fondale di paesaggio marino è rappresentato l’episodio dell’incontro di Sant’Agostino con l’Angelo fanciullo intento a travasare con una conchiglia le immensità marine in una buca scavata nella sabbia: la vanità di questa fatica irragionevole mostra ad Agostino quanto altrettanto vano e presuntuoso sia, da parte sua, lo sforzo di speculare sulla natura trinitaria di Dio con gli argomenti della ragione, anziché accettarla per via di fede.

La lunetta rappresentante la “Visione di Sant’Agostino” è stata affrescata nel 1609 (data apposta dall’autore sulla pietra che regge la corona con la palma e il pastorale incrociati) da Ulisse Giocchi o Ciocchi da Monte San Savino detto il Gobbo (firma dipinta all’interno di una conchiglia posta alla destra dei piedi del santo).

Il dipinto incorniciato da una mensola in pietra serena ( misura cm 310x cm 180) è eseguito ad affresco in quattro giornate di lavoro. Non è stato possibile individuare il tipo di tecnica usato per il riporto del disegno preparatorio sull’intonaco ma è possibile ipotizzare, non essendoci traccia di cartone o di spolvero, che la composizione sia stata abbozzata direttamente sull’intonaco con il pennello e un colore. L’esecuzione del dipinto appare veloce, ma molto ricca di particolari ottenuti con pennellate decise e corpose. La tavolozza è composta di ocre gialle;, rosse, brune, da terre verdi e smaltino, questi pigmenti risultano macinati grossolanamente e sicuramente stemperati in latte di calce prima di essere applicati sull’intonaco ruvido e irregolare.

L’unico pentimento rinvenuto è una correzione eseguita sui minuscoli pescatori della barca alle spalle del santo che sono stati “abbassati” e di cui si scorge (a distanza molto ravvicinata) la prima versione al di sotto delle stesure azzurrine del mare.

Non ostante le non allarmanti condizioni conservative in cui si trovava il dipinto, l’intervento si è reso necessario per il recupero dell’originale cromia dell’affresco. Le tonalità del dipinto si presentavano contraffatte oltre che dal deposito delle polveri dell’aria e dei fumi delle candele soprattutto dalla presenza omogenea su tutta la superficie di una patina trasparente di colore giallo-bruno. Questa patina era provocata dalla alterazione dei materiali organici presenti in superficie, dati dalla stesura di un “beverone” utilizzato durante un vecchio intervento di restauro. Largamente usato nei secoli XVII e XVIII, il beverone consisteva in una miscela di acqua e aceto addizionata con varie sostanze proteiche, (uovo, caseina etc.), questa mistura veniva applicata a pennello e conferiva alla superficie pittorica un duraturo “effetto bagnato” che vivacizzava i colori. Il composto organico con il trascorrere degli anni subisce un inevitabile degrado e appesantisce la superficie pittorica con quella tipica tonalità giallo-bruna del tutto impropria alla coloritura e alla tecnica dell’affresco.

Il restauro ha permesso la restituzione degli originali rapporti cromatici e una corretta lettura dell’opera oltre che di eliminare tutte le sostanze non idonee per una buona conservazione.

La pulitura è stata eseguita rimuovendo in partenza con cotoncini imbevuti di acqua deionizzata il particellato solido di accumulo (polveri e fumo), successivamente sono stati applicati sottili impacchi ottenuti con due strati di carta giapponese bagnata ripetutamente, durante il periodo di applicazione di acqua deionizzata satura di carbonato di ammonio con abbondante corpo di fondo. Trascorso il tempo di contatto utile per ammorbidire le sostanze da eliminare si è proceduto con l’asportazione della carta giapponese e la rimozione dello sporco con spugnette naturali imbevute di acqua deionizzata. La veste del santo era stata ridipinta durante un vecchio restauro con una tempera molto debole di colore bruno per un tentativo di rinforzare la tonalità originale della veste che è risultata essere più fredda e più finemente chiaroscurata. Dopo le prime prove e il buon esito del ritrovamento del panneggio sottostante si è proceduto con la ripulitura della superficie originale asportando le ridipinture.

Successivamente sono state eseguite le stuccature con grassello di calce e sabbia fine lavata e vagliata. Le stuccature eseguite si trovano soprattutto sulle parti perimetrali dell’affresco. E’ stata richiusa la sottile crepa che contornava la centinatura della lunetta e sono state fermate le piccole porzioni di intonaco distaccate dall’arriccio che si trovano sulla parte bassa, caratterizzata da un diffuso “craquelé” dovuto probabilmente ad un repentino essiccamento dell’intonaco causato o dal sottile spessore della malta in quel punto (sopra l’architrave in pietra serena della porta) o dalle correnti di aria presenti, vista la vicinanza con la porta.

L’integrazione pittorica è stata eseguita a selezione cromatica sulle stuccature mentre sono state abbassate a velatura le abrasioni dei colori originali particolarmente visibili lungo gli attacchi di giornata.

Note storiche tratte dalla documentazione fornita da: Cristina Acidini Luchinat, Archivio A.R.P.A.I.

Note sul restauro dalla documentazione fornita da: Laura Lucioli, Archivio A.R.P.A.I.