Avete mai sentito parlare di Tivoli e di Villa Gregoriana? Spero proprio di sì, dati i lavori titanici che son stati fatti in questi ultimi anni per salvare questo paradiso diventato una discarica e una forra disperata, sommersa dai rovi e impraticabile. Non c’è museo o collezione che non abbia in galleria un paesaggio di Tivoli con i templi; un tempo erano gli stessi viaggiatori a ritrarre il borgo e la selva, o raffinati pittori che produce- vano un soggetto a grande richiesta. Ma Tivoli è prima di tutto uno straordinario luogo di culto antico, risalente a prima dell’età repubblicana di Roma, vi si andava a consultare la Sibilla per aver responsi molto delicati, guerra sì o no, nascite, malattie, fortuna e quant’altro servisse. Era quindi indispensabile per ARPAI affiancare il FAI nel restauro dei templi sibillini di Tivoli, un posto incredibile, ma caduto nel più tragico oblio. Andate ora e vedrete quanto sia affascinante il percorso ritrovato e quanto siano evocatori i templi di Tivoli. Andate anche a Lentate sul Seveso, un borgo che non ha niente di speciale in sé, fin troppo saccheggiato dall’edili- zia senza testa, ma che ha conservato, un po’ per miracolo un po’ per buona volontà, un tesoro di rara qualità. In pieno Trecento la famiglia dei Porro aveva un castello e comandava su terre e villaggi della Brianza ov’erano emissari dei Visconti e degli Sforza, rappresentanti dei duchi e alleati del- l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo, amico del Petrarca e fondatore dell’Università di Praga. Passavano gran parte del tempo a reggere il fronte armato dei duchi, a fare gli ambascia- tori presso i potenti vicini, tra i quali i signori di Verona e l’imperatore stesso. Non erano assolutamente d’accordo con i domenicani che spiavano la buona fede del popolo di Dio, nutriva- no invece simpatia per i Catari della Francia meridionale, presenti anche nelle campagne del Milanese, terre di caccia dei Porro e dei loro signori.
È oramai certo che siano stati loro a far fuori Pietro da Verona, salito agli onori dell’altare come san Pietro Martire, domenicano, inquisitore, nemico giurato dei Catari. Lo trovarono morto poco lontano da Lentate, al margine di un bosco impenetrabile, la testa spaccata da un colpo di acciaro, acciaro e fulmine, si legge nelle cronache. Il bosco stesso inorridì per la morte del- l’invasato inquisitore e lo farà ben vedere Giovanni Bellini dipingendo la morte del domenicano in un bosco e i boscaioli che tagliando le querce ne vedono stillare il sangue a fiotti dai fusti e dai rami, come in un dipinto conservato presso la Burlington House di Londra. I debiti si pagano, specialmente quelli con l’eternità. Stefano Porro, discendente dei carnefici di san Pietro Martire, qualche tempo dopo fece costruire un oratorio fianco al palazzo e impegnò i migliori pittori del tempo, tra i quali Anovelo da Imbonate, tutti conoscitori di Giotto che aveva dipinto a Padova per Enrico degli Scrovegni. In poco più di un anno le pareti e le volte dell’Oratorio di Lentate si coprirono di un immenso ciclo di affreschi, il più lungo in Occidente, con le storie di Stefano protomartire cristiano.
La Storia insegna, Enrico degli Scrovegni fece dimenticare la truculenta empietà del padre Reginaldo grazie a Giotto e Stefano Porro quella dell’avo assassino di Pietro da Verona. Di fatto bisogna viaggiare, le emozioni che si hanno leggendo un bel libro, pur bene illustrato, non sono comparabili a quelle che ti avvincono e talora ti mozzano il fiato, in viaggio per il gran Libro Italia, il Paese che conserva un tesoro d’arte e di cultura inestimabile e non meno difficile da conservare. Recentemente ho letto che il patrimonio della Toscana, da solo, ha più siti di quello di tutta la Penisola iberica. Non c’è da farsi vanto, piuttosto da preoccuparsi! Come si fa a tener testa al vegliardo millenario o centenario, il Patrimonio artistico italiano, pieno di perle scintillanti, tutte indispensabili e tutte stupefacenti. Prova ad entrare in un museo qualsiasi, grande o piccolo, del nostro Paese, in una chiesa di Vene- zia, Roma, Napoli, di uno tra i mille paesi della Bella Italia, percorri le campagne del Veneto, per dirne una, e conta le ville che vi troverai. Possiamo tirare dritto colle bende agli occhi, viaggiatori ciechi e testardi, soddisfatti o inquieti per il nostro quotidiano? Ti ho parlato di Lentate sul Seveso, sapevi che c’era un posto che si chiamava così, alle porte di Milano, sapevi che in questo piccolo borgo quasi insignificante c’è un capolavoro strepitoso? Ora, dopo il nostro restauro, l’hanno scoperto in tanti e ci sono viaggiatori che fanno un tour fuori dai terreni battuti dei grandi centri artistici e vi restano ammirati. Ci siamo impegnati assieme ai cittadini di Lentate salvando questo ora- torio e i suoi affreschi offuscati e gravemente danneggiati nei secoli.
Vi parlo ora dei giganti adottati a Padova da un gruppo di amici sotto lo sprone di ARPAI. Chi sono intanto questi giganti? Bisogna tornare ai tempi di Francesco Petrarca e dei Carraresi, signori di Padova nel Trecento. Il poeta venne chiamato a indicare al mondo chi fossero gli uomini più illustri dell’antichità di Roma. Il poeta filosofo aveva pane per i suoi denti e ripescò tra i grandi latini i re di Roma, i padri repubblicani e i valentissimi politici, i grandi storici, gli oratori, i Catone, Cicerone, qualche imperato- re, Antonino, Costantino, etc. I signori di Padova allestirono così una galleria di exempla e idealmente s’inserirono tra i grandi dei tempi antichi. I pittori della generazione successiva a Giotto illustrarono questo ciclo eroico e la corte di Padova ebbe modo di offrire agli occhi del tempo una sala monumentale come poche, e così avvincente da non avere pari in tutta Europa. Passarono i Carraresi e arrivò Venezia trovando la grande sala corrotta da tutti i mali del tempo e da improvvidi restauri che avevano caricato di altre corruzioni e sfigurato gli eroi petrarcheschi. Si decise di rifare tutto salvando il tema ma impaginando diversamente il complesso monumentale di immagini. Nella metà del Cinquecento si riprese a contare chi fossero i gi ganti da evocare, ovvia- mente la lista del Petrarca era eccellente ma s’introdussero anche nuove personalità. Pittori toscani e veneti furono impegnati nella nuova impresa che cancellò quasi totalmente l’opera trecentesca e nacque la nuova, grandiosa, Sala dei Giganti con l’intento manifesto di citare la dignità del governo veneziano e il suo diritto di regnare nel cuore dell’antica Padova di Tito Livio. Questa sala fu prestata ai fasti cittadini e alle occasioni di celebrazione dello Studium univesitario che ancora oggi è custode di questo monumento. Anche qui c’era da fare, i secoli non perdonano. Era necessario provvedere alla conservazione degli affreschi che avevano problemi molto complessi e talora gravi. Infiniti tentativi di restauro nel corso dei secoli li aveva- no sfigurati annientando gran parte della loro qualità estetica. Il restauro (ARPAI, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, privati dona- tori amici di ARPAI) era molto costoso e impegnativo anche sotto il profilo esecutivo. L’idea guida è stata di far adottare i vetusti giganti, giganti per eccellenza e gloria, giganti per taglia dell’opera pittorica, da generosi donatori che bisognava trovare. I giganti sono cinquata, quasi altrettanti sono stati i padrini, una bella impresa, non priva di ansie finché non è stata completata. Andate adesso a vedere questa sala, prima tetra e quasi illeggibile, ora trionfante per lo smalto dei colori ritrovati e l’eccellenza della composizione.
Questo Grand Tour ARPAI è fatto di almeno centosessanta tappe, troppe per percorrerle d’un fiato, c’è da perdere l’orizzonte, anzi la trebisonda, come si usa dire da qualche parte. Ma certe tappe non si possono
perdere, prendiamo ad esempio un luogo che io trovo talmente straordinario da farci un pellegrinaggio a piedi. È all’ultimo piano del Palazzo Vecchio di Firenze, luogo già per sé assolutamente magico. Si salgono le scale monumentali e si attraversano sale e saloni che hanno visto tutta la storia della città prima e dopo i Medici. Si arriva alle terrazze che dominano la città e quasi tutta la Toscana, almeno una bella fetta del magnifico paesaggio di colli, fiume, tetti, cupole, borghi che coronano Firenze. Queste terrazze erano il passo di ronda dietro i merli di coronamento del palazzo e portano alla Sala delle Bandiere, il deposito di stendardi e ornamenti civili per le cerimonie del comune fiorentino. La sala è uno spazio molto vasto riservato al restauro dei manufatti tessili, degli arazzi principalmente, affidato all’Opificio delle Pietre Dure. L’Opificio delle Pietre Dure, nome pieno di fascino, fu fondato nel secondo Cinquecento per fabbricare stipi e manufatti preziosi ornati di commessi in pietre dure, specialità riservate al lusso dei Medici e dei regnanti d’Europa. La sede dell’Opificio, scuola eccellente di restauro, è in un palazzo di via degli Alfani, nel cuore della città, e i suoi vari distaccamenti, secondo la specialità di restauro, sono dislocati in varie sedi cittadine. Ma torniamo alla Sala delle Bandiere, sul tetto di Palazzo Vecchio. Oggi è prevalentemente abitata da donne, restauratrici di preziosi tessili. Grandi tavoli che sembrano telai orizzontali sono il campo di battaglia di questa specialità del restauro. Sono tavoli fatti per stendervi sopra gli arazzi o i drappi di grande dimensione ed hanno un bordo staccato per permettere alle restauratrici di passare l’ago da sopra e da sotto, lavorano infatti srotolando falda a falda i preziosi manufatti e procedendo lenta- mente con scrupolosa precisione. Il laboratorio appartiene alle immagini che evochiamo dal passato, chi vi si avventura si carica di secoli e di silenzio. È un luogo straordinario perché ha l’aspetto di una bottega artigiana del Medioevo e nasconde molto bene la straordinaria tecnologia che ai nostri giorni lo qualifica tra i migliori laboratori europei di restauro. Le pareti sono interamente coperte di scaffali che contengono una varietà infinita di spolette di filo di seta, lana o cotone e altre fibre speciali, ma il vero ferro del mestiere è l’ago e la mano abilissima delle tessitrici e ricamatrici che passa- no anni interi per salvare un arazzo o un paramento prezioso. Noi vi abbiamo portato un arazzo fiammingo della corte sforzesca di Vigevano, un monumento per taglia e qualità, che appartiene al piccolo ma straordinario museo della città di Vigevano, superba per la sua piazza stupenda. Il restauro del traviamento del figliol prodigo è durato anni e si è appena concluso. La storia del figliol prodigo è un cavallo di battaglia di artisti di ogni epoca, quasi tutti i pittori l’hanno prodotta o ne hanno ripreso qualche episodio perché è una storia sempre attuale. Ribellione, tentazione, seduzione, imbroglio, pace, pietà e grazia, c’è qualcosa per ogni stagione nel percorso della vita degli uomini.
L’arazzo di Vigevano è un immenso paesaggio, pieno di donne e di bei cavalieri, di abiti lussuosi e di gioielli fiabeschi, di sogni irrealizzabili e di tentazioni, di vanità, ma ogni bel ballo ha fine e le grinfie del tempo traggono i bellimbusti a penitenza. Poi c’è la mano del padre, un cuore incessante- mente innamorato, docile e pieno di misericordia, insomma una storia a lieto fine, esemplare: il traviato si redime, il padre lo accoglie e ordina che sia ammazzato il vitello grasso per dar segno evidente della clemenza che è una grande virtù ed è in sé una ricompensa, piena di gioie insperate. Prossimamente riprenderemo il nostro Grand Tour per fare tappa a Genova, a Roma, a Firenze ancora: ci sono sorprese e nuovi restauri.
Gian Antonio Golin
direttore di ARPAI
Apparso su Kermes
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